mercoledì 24 aprile 2013

Benjamin Britten, il genio versatile di un avventuriero del suono

di Enrico Raggi
Giornale di Brescia (21 aprile 2013)

«Sette anni di lavoro. Il difficile bilanciamento di biografia e analisi delle opere. E come ulteriore risultato, un forte cambiamento personale nel modo di guardare alla vita e nel modo di comportarmi nella ricerca. Tutto ciò, perché ogni biografia che voglia dirsi tale incide sulla personalità e sulla Weltanschauung del biografo: scrivere una biografia è un modo di rapportarsi a un altro uomo, una maniera di dialogare con lui e la sua opera».

Il giovane studioso Alessandro Macchia, leccese, ha appena pubblicato un volume su «Benjamin Britten» (L'Epos, Palermo, 464 pp., 48,30), godibilissimo e denso, letterariamente forbito e completo di catalogo delle composizioni, bibliografia, discografia: la prima monografia italiana dedicata al più grande musicista inglese di tutti i tempi, di cui ricorre quest'anno il centenario della nascita.
Come è avvenuta la folgorazione britteniana?
Parlerei piuttosto di un caso. In occasione della presentazione del mio precedente libro, «Tombeaux. Epicedi per le Grandi Guerre», Gioacchino Lanza Tomasi mi chiese se avrei avuto il coraggio di scriverne uno su Britten, visto che nessuno in Italia si decideva a farlo. Siccome da anni conducevo ricerche sulla musica inglese del XIX e XX secolo, non mi sono sottratto all'invito. Avrei voluto completarlo prima. Poi il caso e gli incidenti di percorso hanno fatto sì che la pubblicazione avvenisse in coincidenza dell'anniversario. Un buon auspicio?
Qualche scoperta?
Credo di aver risolto vari enigmi, specie il mistero di quell'unico verso di Yeats in «The Turn of the Screw»: traccia della dimensione esoterica della musica britteniana.
«Oggi c'è nebbia sulla Manica: il Continente è isolato»: l'Inghilterra è un corpo estraneo alla cultura europea o c'è dell'altro?
Bisogna fare delle distinzioni. Nel secolo scorso l'Europa guardava con grande interesse a quanto il Regno Unito produceva in campo letterario, teatrale e cinematografico. Invece, verso la musica il disinteresse è stato totale. L'adagio che fosse una terra dimenticata da Orfeo ha spuntato qualsiasi stimolo all'ascolto e alla ricerca. Tuttavia, e paradossalmente, la produzione britteniana si innesta con forte presa sul sentiero tracciato da poeti come Eliot, Yeats e Auden. Non è casuale che lo stesso Eliot tenesse Britten in altissima considerazione. Il fatto che il continente continui a ignorare persino un compositore dagli elevatissimi standard come Frank Bridge, è una pecca difficilmente perdonabile. E anche piuttosto incomprensibile.
Qual è la cifra inconfondibile di Britten?
È il più versatile inventore di melodie del Novecento. E con ciò non voglio dire che egli sia un compositore tonale. L'originalità delle sue melodie nasce da un personalissimo ripensamento del linguaggio modale. Britten è uno straordinario avventuriero del suono, ma segue una strada alternativa a quella delle avanguardie europee. Nel mio libro ho sottolineato l'influenza esercitata su di lui dalla musica sperimentale di Percy Grainger.
Britten e l'omosessualità?
Peter Pears (omosessuale egli stesso) asseriva con veemenza che l'omosessualità non ha nulla a che vedere con la musica. Naturalmente per il biografo la questione è importante: purché non si travalichi nella ricerca a tutti i costi del morboso.
C'è un erede di Britten?
Peter Maxwell-Davies, fosse anche solo per la valorizzazione della sfera etico-educativa della musica.
Due pezzi di Britten da portare sull'isola deserta?
Se mi ci mandassero forzatamente, quand'anche in esilio, porterei con me la «Alpine Suite»: non penso che avrei molta voglia di ascoltare, ad esempio, gli «Interludi marini» di Peter Grimes. Invece, se ci andassi per una mia personale ascesi, porterei con me «My Beloved is Mine», il primo dei «Canticles», per sentirmi riconciliato con il creato.
Verrà il tempo di Britten, profetava Rostropovich. Sbagliava o aveva ragione?
Siamo sulla buona strada. Ma attenzione: la predizione di Rostropovich potrà dirsi realizzata soltanto quando saranno stati riconosciuti nella loro pienezza l'afflato religioso e la poliedricità di quella musica. Non è più sufficiente circoscriverla alla dialettica di corruzione e innocenza.
 

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