giovedì 25 aprile 2013

Il tredicenne Benjamin

di Quirino Principe
Il Sole24ore (21 aprile 2013)

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-04-21/tredicenne-benjamin-082258.shtml?uuid=AbrhpApH

Come ci sa raccontare, con graduale suspense e insinuante grazia, Alessandro Macchia, nel giugno 1947, a trentaquattro anni d’età (era nato a Lowestoft nel Suffolk, sabato 22 novembre 1913), Benjamin Britten «acquistò a Aldeburgh il Crag House, una casa di due piani prospiciente il mare. Vi si stabilì a settembre, e per un decennio le pareti rosa di questo edificio risalente alla Grande Guerra divennero il quartier generale del più anomalo dei festival musicali inglesi».
Aggiungiamo, se Macchia ce lo permette, che ascoltare musica e teatro musicale in un edificio dai colori di fiaba nel quale continuamente la sensazione di «casa propria» diventa incanto di palcoscenico, e il pubblico e il privato trasformano continuamente la percezione dello spazio, è un’esperienza unica non soltanto fra quelle che si vivono in terra britannica. «Il vecchio mulino di cui Britten mantenne la proprietà fino al 21 giugno 1955 racchiudeva il mondo di innumerevoli affetti, ma difettava dei frizzanti profumi marini che avevano nutrito l’infanzia del compositore». Il mare, l’infanzia: due forme simboliche, entrambe evocanti l’origine nascosta, primordiale, pre-natale.
Macchia, che scrive con una sapienza antica raramente distillata dalla natura in un autore così giovane, trae da quelle forme una serie di immagini eidetiche tali da illuminare passi strategici della narrazione con una infantile «Urlicht», con una luce delle origini, quella che splende in rari sogni che riassumono in pochi istanti tutta la nostra vita. Questo è, a nostra opinione di lettori, il maggior fascino di questa prima monografia italiana su Benjamin Britten: un libro desiderato da gran tempo, e capace non soltanto di commuovere, ma anche di esultare per l’inestimabile qualità e dovizia d’informazione, penetrante a fondo e capillare in estensione (Benjamin Britten, L’Epos, Palermo 2013, pagg. 464, euro 48,30).
In quel villaggio di pescatori, Britten inventò un festival musicale raffinatissimo, apparso a molti malevoli come una follia, e ancora più strano parve il fatto che gli ospiti più graditi del festival e del Crag House fossero, da sempre, i bambini.
«Aldeburgh costituì un vero e proprio monumento in loro onore, tanto affascinanti sono le incursioni di Britten nel mondo dell’infanzia e della giovinezza. Ma protagonisti i bambini lo sono per davvero nella cantata Saint Nicolas, nell’opera The Little Sweep e nella sacra rappresentazione Noye’s Fludde. Intendiamo pura felicità inventiva, che Britten spiegava attribuendosi ironicamente l’età di tredici anni». C’era una simpatia istintiva e reciproca tra i bambini e il compositore, ed è esemplare (osserva Macchia) il caso del piccolo Humphrey Redcliffe-Maud, il dedicatario di The Young Person’s Guide to the Orchestra op. 34 (1946), la cui melodia, costituente il tema di passacaglia variato in molte forme timbriche e ritmiche e incantevolmente «didattiche», è tratta dal «Rondeau» di Abdelazar, or The Moor’s Revenge di Henry Purcell. Come sappiamo, la «guida» ha il fine dichiarato di avvezzare l’orecchio infantile a riconoscere i timbri orchestrali, un po’ come Pierino e il lupo di Prokof’ev, altra mirabile invenzione esplicitamente posta al servizio dell’infanzia (in Italia, tutto questo è oramai troppo difficile per docenti universitari adulti). Senza girare intorno, Macchia affronta direttamente una questione spinosa, e le strappa via le spine: David Matthews, simpatetico studioso di eccellente stirpe di musicologi talvolta mahleriani, ha escluso definitivamente che lo smisurato amore di Britten per i bambini abbia avuto anche la minima attinenza con pulsioni equivoche, pedofilia o altro (nell’articolo Lucky Thirteen, «The Times», 10 novembre 2006). Lode ancora e sempre a Macchia per la nobiltà di questa sua ricerca interamente assolutoria: da parte nostra, sfideremmo a duello l’imbecille che osasse strizzare l’occhio.
Una galleria di bambini attraversa il teatro musicale di Britten. La contempliamo con affetto, talvolta con nostalgia, anche quando si tratta di morticini, di piccoli annegati, di preadolescenti ultrasensibili che parlano con i fantasmi e ne sono atterriti. Così in Peter Grimes (1945), in The Turn of the Screw (1954). Il legame con il mondo dell’infanzia è osservato da Britten stesso, dai suoi scritti ora raccolti nel libro La musica non esiste nel vuoto curato da Luca Scarlini (Castelvecchi, Roma 2013, pagg. 96), il cui titolo traduce testualmente una celebre frase del compositore che troviamo nel primo dei cinque testi raccolti: On receiving the first Aspen Award. Gli altri, rari e preziosi, sono: «Peter Grimes», The Artist and his medium: composer and listener, Notes on E.M. Forster and music, On behalf of Gustav Mahler.
Questo piccolo libro di Castelvecchi è felicemente complementare di quello amplissimo e densissimo di Macchia. Quante generazioni di italiani, anche di appassionati britteniani, sono trascorse senza libri vivificanti? Ha avuto ragione Mstislav Rostropovič, ne ha ancora oggi a distanza di trentasette anni dalla morte del compositore avvenuta ad Aldeburgh sabato 4 dicembre 1976, nel profetizzare: «Io vi giuro che verrà il tempo di Britten»?


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