domenica 5 maggio 2013

La condizione umana su spartito inglese

di Guido Barbieri
il Manifesto (5 maggio 2013)

L’oro e il piombo. Il british idyll che accarezza l’Inghilterra felix al tramonto dell’epoca vittoriana e la nuvolaglia ferrosa che si addensa sui cieli di Londra negli anni della Grande Guerra. Il grande inganno perpetrato dalla pax britannica di Edoardo VII (sinistramente soprannominato the peace maker) e la cruda realpolitik della Triplice Intesa che fa sprofondare il Regno Unito nel primo conflitto intra moenia dall’inizio della sua apoteosi coloniale. È una nazione che cammina pericolosamente sull’orlo di un abisso (pur senza abbandonarsi ai fasti viennesi della danza…) quella che accoglie, il 22 novembre 1913, la nascita di Benjamin Britten, uno dei suoi figli non a caso più lacerati, dimidiati, contraddetti e contraddittori. Una fatherland crudele che trasmette il proprio codice genetico alla più mite e candida delle sue creature, obbligandola a ricapitolare nella sua ontogenesi individuale la propria storica, e non certo innocente, filogenesi collettiva.