domenica 5 maggio 2013

La condizione umana su spartito inglese

di Guido Barbieri
il Manifesto (5 maggio 2013)

L’oro e il piombo. Il british idyll che accarezza l’Inghilterra felix al tramonto dell’epoca vittoriana e la nuvolaglia ferrosa che si addensa sui cieli di Londra negli anni della Grande Guerra. Il grande inganno perpetrato dalla pax britannica di Edoardo VII (sinistramente soprannominato the peace maker) e la cruda realpolitik della Triplice Intesa che fa sprofondare il Regno Unito nel primo conflitto intra moenia dall’inizio della sua apoteosi coloniale. È una nazione che cammina pericolosamente sull’orlo di un abisso (pur senza abbandonarsi ai fasti viennesi della danza…) quella che accoglie, il 22 novembre 1913, la nascita di Benjamin Britten, uno dei suoi figli non a caso più lacerati, dimidiati, contraddetti e contraddittori. Una fatherland crudele che trasmette il proprio codice genetico alla più mite e candida delle sue creature, obbligandola a ricapitolare nella sua ontogenesi individuale la propria storica, e non certo innocente, filogenesi collettiva.
È una suggestione originale e abbagliante, una tra le molte che accendono uno studio decisamente atipico nel paesaggio brullo della musicografia nazionale. Si tratta, anche se si stenta a crederlo, della prima monografia italiana dedicata a Britten, vale a dire, né più, né meno, il maggior compositore inglese del Novecento. L’ha composta (scritta sarebbe riduttivo), in anni di passione e di ricerca, Alessandro Macchia, uno dei musicologi italiani più originali e inventivi del tempo presente, già autore nel 2006 di uno studio senza precedenti (né conseguenti) sugli epicedi musicali del Novecento e non a caso estraneo all’universo chiuso della accademia universitaria (forse occorrerebbe chiedersi perché…). E c’è da temere che se non fosse stato per il primo secolo di vita compiuto dal festeggiato, questo libro, Benjamin Britten (L’Epos, pp. 468, euro 48,30) sarebbe rimasto ancora per chissà quanto tempo nel cassetto dei desideri.
Ciò che distingue questa monografia dalle altre che affollano, ad esempio, il prezioso catalogo dell’editore palermitano sono innanzitutto il metodo d’indagine e la tecnica di esposizione. Macchia non si limita certo a intrecciare i nastri paralleli della vita e delle opere, né a compilare un diligente schedario analitico dedicando il «giusto» spazio a ogni singolo titolo. Il procedimento argomentativo è basato, piuttosto, sulla attrazione quasi spontanea che materiali spesso eterocliti, tratti dalla storia della letteratura, dalla storia economica, dalla filosofia, dalla storia delle idee, generano tra loro. Un esempio rivelatore è dato proprio dal capitolo introduttivo che si apre, per l’appunto, nel segno dell’oro e si chiude in quello del piombo. Per fotografare con precisione l’epoca ponte che va dalla traumatica scomparsa della regina Vittoria (1901) alla discesa in guerra a fianco della Francia e della Russia, Macchia ricorre alla allegoria rappresentata dal più amato sport nazionale inglese: il cricket.
«Nel Regno Unito – questo l’incipit sorprendente del libro – il ventennio che precorre la Grande Guerra è detto “The Golden Age of Cricket”». Il candido (e per i continentali incomprensibile) sport britannico viene assunto come la metafora più limpida e trasparente delle contraddizioni in cui si dibatte la big nation: da un lato la bellezza incontaminata e innocente (parola chiave, come vedremo, nel lessico britteniano) dei campi da gioco, il leggendario fair play dei competitors preservati da ogni volgare contatto fisico, i tea break che interrompono gli smisurati inning senza tempo, dall’altro la natura spietatamente classista della competizione, la sua inevitabile identificazione con la ferocia delle conquiste coloniali, la falsità, insomma, celata dietro l’idillio campestre. E al di sopra di ogni contraddizione l’ideologia cara alle classi dominanti di ogni latitudine, che identifica brutalmente lo spirito sportivo con lo spirito della guerra e che pretende di identificare nell’apparato muscolare del buon atleta la macchina bellica del buon soldato.
È con questo mix esplosivo nella bisaccia che l’esercito inglese entra in guerra. Una guerra alla quale molti intellettuali, scrittori, filosofi, musicisti pagano il loro tributo: Butterworth, Kelly, Coles, Browne, Gurney, Farrar sono solo alcuni dei nomi di compositori oggi dimenticati che appaiono sulle lapidi dei caduti della Big War. E secondo Macchia è proprio la reazione contro la macelleria insensata della guerra a generare nei compositori sopravvissuti ai campi di battaglia, e nei loro «figli» nati nel nuovo secolo, non solo una mole impressionante di musica funebre e commemorativa, ma anche una profonda, sofferta, attitudine antimilitarista che non ha eguali in nessun’altra nazione europea. Fu proprio uno dei grandi disillusi del secolo, Frank Bridge, del resto, a piantare il seme del pacifismo nella mente del giovanissimo Benjamin, suo discepolo prediletto. Una disposizione d’animo, di pensiero e di carattere che avrebbe abitato per sempre nei gesti pubblici e privati dell’autore del War Requiem. Fino a diventare, ben oltre i suoi contenuti politici immediati, una forma costante di reazione contro le degenerazioni più spaventose che minano alla radice l’esistenza della human community: l’aggressione dell’uomo contro l’uomo, la violazione dell’innocenza, la brutalità nei confronti degli indifesi: i bambini, le donne, i diseredati.
Il motivo dell’idillio perduto, della innocenza minacciata, il passaggio insomma dall’età dell’oro a quella del piombo, è senz’altro uno dei nervi scoperti del pensiero di Britten. Colin Matthews ricorda di aver visto con i propri occhi la reazione del compositore di fronte a un articolo in cui si sosteneva che tutte le sue opere fossero attraversate dal tema della corruption of innocence: «Spazzatura, solo spazzatura» avrebbe urlato Britten facendo a pezzi il giornale. Una reazione così violenta – commenta lo stesso Matthews – che fa nascere un sospetto: e cioè che la parola innocenza avesse smosso qualche cosa nel suo pensiero che possedesse per lui un valore forte, profondo, forse insondabile… Sarebbe insensato, ovviamente, leggere le opere drammatiche di Britten attraverso questa lente parziale e deformante. E bisogna resistere alla tentazione di farlo anche di fronte alle numerose epifanie narrative che sembrano dare ragione ai sospetti di Matthews. Come interpretare, ad esempio, in The Rape of Lucretia, il sacrificio verso il quale cammina inesorabilmente l’innocente matrona romana violata e stuprata dal desiderio selvaggio di Tarquinius? E quel verso, magnifico, di Ronald Duncan cantato dal coro femminile: «Il tempo conduce gli uomini, ma cammina sui piedi stanchi delle donne»? Oppure la morte apparentemente inspiegabile del piccolo Miles, il protagonista di The Turn of the Screw, soggiogato dal potere maligno dei fantasmi? E l’altro verso chiave, «rubato» a Yeats, che sembra un «manifesto» sin troppo esplicito: «The ceremony of innocence is drawned»? O ancora i testi poetici di Wilfred Owen, poeta soldato, stroncato in battaglia a venticinque anni d’età, epitome della innocenza oltraggiata, che costituiscono il tronco poetico del War Requiem?
A molte di queste domande lo studio di Macchia fornisce una risposta complessa, acuta, mai prevedibile, mai pacificata. Il suo libro è sostanzialmente un invito a cercare senza sosta le relazioni profonde che intercorrono tra la corteccia esterna della scrittura musicale di Britten (analizzata con strumenti analitici affilatissimi) e il mallo, a volte duro, a volte tenero, che la noce racchiude.
E molto spesso l’operazione stratigrafica, condotta con l’ausilio di una prosa di sontuosa precisione lessicale, rivela sorprese abbaglianti: si scopre ad esempio che la ratio di Lucretia non è costituita dal tema della «innocenza redentrice», bensì dal nodo etico che avviluppa la dimensione della libertà con quella della virtù e che sfocia nella sgomenta ammissione di un nichilismo privo di alcuna forma di redenzione. Oppure che il misterioso verso del Giro di vite prende luce soltanto se lo si connette al dualismo ontologico di Yeats, che concepisce l’esistenza come una continua interazione, e negazione, tra gli opposti. E in cui la posta in gioco non è affatto, o non solo, la dimensione dell’innocenza, bensì, tout court, il passaggio tormentato e doloroso dall’età infantile a quella adulta. Insomma in queste pagine rivelatrici l’oro dell’intelligenza critica trionfa a ogni riga sul piombo fuso delle apparenze e dei luoghi comuni.

 

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