sabato 1 giugno 2013

Svincolato dalle strettoie delle avanguardie

di Carlo Migliaccio
L’Indice dei Libri (Giugno 2013)

Nell’anno delle celebrazioni verdiane e wagneriane, potrebbe rischiare di rimanere in ombra l’anniversario di quello che può essere considerato il più grande compositore inglese del Novecento: Benjamin Britten, nato il 22 novembre 1913 e morto nel 1976. Il destino di essere venuto alla luce in un anno ingombro di ricorrenze e in un secolo refrattario al suo stile, ingiustamente ritenuto conservatore, si associa a quello di appartenere a una nazione priva di solide tradizioni musicali, se messe a confronto con quelle di Italia, Francia e Germania. Eppure del compositore di Lowestoft gli inglesi sono molto orgogliosi, per essersi potuti finalmente effigiare di un operista nazionale di calibro non inferiore a quello di Purcell; inoltre il suo valore va anche al di là dei confini inglesi, essendo a tutt’oggi considerato un modello per quelle generazioni di musicisti che negli ultimi decenni si son voluti svincolare dalle strettoie delle avanguardie, approdando a esiti tuttora in progress, come il minimalismo, la nuova semplicità, il neoromanticismo.
Per porre Britten nel giusto posto che merita nella storia della musica e per fare luce sulla sua ricchissima e complessa produzione, era quindi necessaria un’opera monografica completa e approfondita, acuta e minuziosa, come quella appena uscita per L’Epos di Palermo, autore il giovane musicologo leccese Alessandro Macchia: si tratta di un lavoro doppiamente meritorio, sia per essere la prima biografia italiana sul musicista inglese sia per l’originalità dell’interpretazione rispetto alla precedente letteratura critica di matrice anglosassone. Con una scrittura letterariamente pregevole e uno stile accattivante, Macchia ci fa entrare nei meandri più riposti della musica britteniana, ne scorge le intrinseche motivazioni, i riferimenti interni ed esterni, impliciti o espliciti, costruendo un quadro intrecciato con le vicende biografiche e con la situazione storica, con i valori ideali e le tematiche propriamente tecnico-musicali.
Britten si presta a questa lettura, perché è stato un musicista dall’enorme e variegata cultura, letteraria, filosofica, religiosa oltre che ovviamente musicale, recependo una tradizione che va da Purcell a Verdi, da Mahler a Berg, fino alle sollecitazioni coeve di Stravinskij e Šostakovič, nonché della musica popolare e di quella da film, del teatro giapponese e del gamelan giavanese. In più il compositore, vissuto in un periodo che va dalla Grande Guerra al Vietnam, è stato sempre attento e sensibile alle più urgenti istanze storiche e politiche e ha sempre associato la ricerca musicale a un costante impegno nella sinistra pacifista, alla promozione dell’educazione musicale, alla difesa dei diritti civili, degli omosessuali, delle classi più deboli, degli animali, rivendicando con rigore la propria autonomia intellettuale anche quando è assurto al rango di compositore prediletto dalle istituzioni inglesi e dalla regina.
Attraverso la personalità di Britten, Macchia riesce a far emergere lo spirito di quell’epoca tragica e contraddittoria, nonché renderci in modo vivido l’immaginario britteniano in tutte le sue sfaccettature e le sue apparenti ambiguità, anche sciogliendo i ricorrenti interrogativi che esso può suscitare, ivi compreso l’erotismo omosessuale e il chiacchierato rapporto con i bambini che spesso reclutava nelle sue opere e nelle rappresentazioni scolastiche: a questo proposito, l’autore ci fa capire che non si trattò di alcunché di morboso ma era solo testimonianza di un’empatia pedagogica e di quello spirito ludico che è, fra le mille altre, una specifica caratteristica della sua musica. E d’altro lato, dal punto di vista estetico e ideologico, Macchia ci dimostra quanto l’onnipresente religiosità fosse lontana da ogni dogmatismo e filisteismo, rivelandosi l’espressione umile e sincera di un afflato morale e di un misticismo tollerante e filantropico.
Sul piano stilistico, il tipico eclettismo britteniano non era mai passivo e meramente scolastico, ma aperto, critico e indice di una spiccata curiosità nei riguardi di ogni esperienza capace di imprimere vitalità ed entusiasmo alla pratica musicale. La predominanza di un linguaggio neoclassico e tonale, si sa, è stata spesso oggetto di diffidenza, derisione e persino di un certo snobismo; negli anni Cinquanta comporre una triade maggiore in certi ambienti equivaleva a proferire una bestemmia, ed è per questo che Luigi Nono si rifiutò addirittura di stringere la mano a Britten dopo una conferenza! Ma nella musica britteniana il ricorso a tonalità e modalità, a regolarità ritmica e formalismo classico costituisce quasi un precetto irrinunciabile, che il compositore ha sempre perseguito con pervicace coerenza. In tal senso lo studio di Macchia ci convince che le scelte di Britten non avevano soltanto un valore puramente linguistico, ma erano sempre motivate sia da un preciso significato drammaturgico sia da un profondo senso spirituale, che lo portava a rivestire di sacralità e di moralità ogni minimo elemento del costrutto sonoro: è il caso della complessa parabola etica di Billy Budd, opera tratta da Melville e ispirata alle idee filosofiche di George Edward Moore, oppure della torbida vicenda narrata nel suo capolavoro Peter Grimes, dove Britten ha avuto la “possibilità di gettare una luce più intensa sulle questioni che gli stanno a cuore: sull’aporia fra legge degli uomini e Giustizia di Dio (…), fra violenza legalizzata e sanzionata, ma, in specie, sulla dialettica obbligo/perdono”. E anche le escursioni nel misticismo numerologico, ispirato dalla poetica di Yeats e messo in atto in The Turn of the Screw, dal racconto di Henry James, trovavano nella tonalità un imprescindibile ausilio non solo nel rappresentare i vari dualismi etici e metafisici, ma anche nel costruire un sistema di riferimenti simbolici ed esoterici, che egli interpretava non come semplici occultismi ma con uno spirito acuto e consapevole. Come dice Macchia, “esperienza religiosa, psicologica e artistica appaiono condensate in un’unità inscindibile, talché The Turn of the Screw si presenta come un giro di vite sulle stesse personali angosce di Britten. Le più fosche profondità della psiche sono riconosciute come le scaturigini dell’immaginario e dell’arte”.
Nel caso di Britten, allora, parlare di musica comporta sempre parlare di idee, di affetti, di emozioni, e per converso le sue idee trovano piena esplicitazione nella purezza della forma sonora. Il libro di Macchia si muove brillantemente su questo equilibrio, senza le forzature che una simile impostazione rischierebbe di implicare. Un ricco apparato bibliografico e discografico, così come il catalogo completo delle composizioni, fanno del volume uno strumento utilissimo per chi volesse rivalutare, approfondire o anche soltanto scoprire un musicista che, per quanto discusso e controverso, rappresenta una delle personalità chiave della nostra inquieta modernità.

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