Recensioni: Britten

Il  Sole24Ore (Domenica 21 aprile 2014)
Il tredicenne Britten
di Quirino Principe

Come ci sa raccontare, con graduale suspense e insinuante grazia, Alessandro Macchia, nel giugno 1947, a trentaquattro anni d’età (era nato a Lowestoft nel Suffolk, sabato 22 novembre 1913), Benjamin Britten «acquistò a Aldeburgh il Crag House, una casa di due piani prospiciente il mare. Vi si stabilì a settembre, e per un decennio le pareti rosa di questo edificio risalente alla Grande Guerra divennero il quartier generale del più anomalo dei festival musicali inglesi».
Aggiungiamo, se Macchia ce lo permette, che ascoltare musica e teatro musicale in un edificio dai colori di fiaba nel quale continuamente la sensazione di «casa propria» diventa incanto di palcoscenico, e il pubblico e il privato trasformano continuamente la percezione dello spazio, è un’esperienza unica non soltanto fra quelle che si vivono in terra britannica. «Il vecchio mulino di cui Britten mantenne la proprietà fino al 21 giugno 1955 racchiudeva il mondo di innumerevoli affetti, ma difettava dei frizzanti profumi marini che avevano nutrito l’infanzia del compositore». Il mare, l’infanzia: due forme simboliche, entrambe evocanti l’origine nascosta, primordiale, pre-natale.
Macchia, che scrive con una sapienza antica raramente distillata dalla natura in un autore così giovane, trae da quelle forme una serie di immagini eidetiche tali da illuminare passi strategici della narrazione con una infantile «Urlicht», con una luce delle origini, quella che splende in rari sogni che riassumono in pochi istanti tutta la nostra vita. Questo è, a nostra opinione di lettori, il maggior fascino di questa prima monografia italiana su Benjamin Britten: un libro desiderato da gran tempo, e capace non soltanto di commuovere, ma anche di esultare per l’inestimabile qualità e dovizia d’informazione, penetrante a fondo e capillare in estensione (Benjamin Britten, L’Epos, Palermo 2013, pagg. 464, euro 48,30).
In quel villaggio di pescatori, Britten inventò un festival musicale raffinatissimo, apparso a molti malevoli come una follia, e ancora più strano parve il fatto che gli ospiti più graditi del festival e del Crag House fossero, da sempre, i bambini.
«Aldeburgh costituì un vero e proprio monumento in loro onore, tanto affascinanti sono le incursioni di Britten nel mondo dell’infanzia e della giovinezza. Ma protagonisti i bambini lo sono per davvero nella cantata Saint Nicolas, nell’opera The Little Sweep e nella sacra rappresentazione Noye’s Fludde. Intendiamo pura felicità inventiva, che Britten spiegava attribuendosi ironicamente l’età di tredici anni». C’era una simpatia istintiva e reciproca tra i bambini e il compositore, ed è esemplare (osserva Macchia) il caso del piccolo Humphrey Redcliffe-Maud, il dedicatario di The Young Person’s Guide to the Orchestra op. 34 (1946), la cui melodia, costituente il tema di passacaglia variato in molte forme timbriche e ritmiche e incantevolmente «didattiche», è tratta dal «Rondeau» di Abdelazar, or The Moor’s Revenge di Henry Purcell. Come sappiamo, la «guida» ha il fine dichiarato di avvezzare l’orecchio infantile a riconoscere i timbri orchestrali, un po’ come Pierino e il lupo di Prokof’ev, altra mirabile invenzione esplicitamente posta al servizio dell’infanzia (in Italia, tutto questo è oramai troppo difficile per docenti universitari adulti). Senza girare intorno, Macchia affronta direttamente una questione spinosa, e le strappa via le spine: David Matthews, simpatetico studioso di eccellente stirpe di musicologi talvolta mahleriani, ha escluso definitivamente che lo smisurato amore di Britten per i bambini abbia avuto anche la minima attinenza con pulsioni equivoche, pedofilia o altro (nell’articolo Lucky Thirteen, «The Times», 10 novembre 2006). Lode ancora e sempre a Macchia per la nobiltà di questa sua ricerca interamente assolutoria: da parte nostra, sfideremmo a duello l’imbecille che osasse strizzare l’occhio.
Una galleria di bambini attraversa il teatro musicale di Britten. La contempliamo con affetto, talvolta con nostalgia, anche quando si tratta di morticini, di piccoli annegati, di preadolescenti ultrasensibili che parlano con i fantasmi e ne sono atterriti. Così in Peter Grimes (1945), in The Turn of the Screw (1954). Il legame con il mondo dell’infanzia è osservato da Britten stesso, dai suoi scritti ora raccolti nel libro La musica non esiste nel vuoto curato da Luca Scarlini (Castelvecchi, Roma 2013, pagg. 96), il cui titolo traduce testualmente una celebre frase del compositore che troviamo nel primo dei cinque testi raccolti: On receiving the first Aspen AwardGli altri, rari e preziosi, sono: «Peter Grimes»The Artist and his medium: composer and listenerNotes on E.M. Forster and musicOn behalf of Gustav Mahler.
Questo piccolo libro di Castelvecchi è felicemente complementare di quello amplissimo e densissimo di Macchia. Quante generazioni di italiani, anche di appassionati britteniani, sono trascorse senza libri vivificanti? Ha avuto ragione Mstislav Rostropovič, ne ha ancora oggi a distanza di trentasette anni dalla morte del compositore avvenuta ad Aldeburgh sabato 4 dicembre 1976, nel profetizzare: «Io vi giuro che verrà il tempo di Britten»?

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-04-21/tredicenne-benjamin-082258.shtml?uuid=AbrhpAp

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il Manifesto (5 maggio 2013)
La condizione umana su spartito inglese
di Guido Barbieri

L’oro e il piombo. Il british idyll che accarezza l’Inghilterra felix al tramonto dell’epoca vittoriana e la nuvolaglia ferrosa che si addensa sui cieli di Londra negli anni della Grande Guerra. Il grande inganno perpetrato dalla pax britannica di Edoardo VII (sinistramente soprannominato the peace maker) e la cruda realpolitik della Triplice Intesa che fa sprofondare il Regno Unito nel primo conflitto intra moenia dall’inizio della sua apoteosi coloniale. È una nazione che cammina pericolosamente sull’orlo di un abisso (pur senza abbandonarsi ai fasti viennesi della danza…) quella che accoglie, il 22 novembre 1913, la nascita di Benjamin Britten, uno dei suoi figli non a caso più lacerati, dimidiati, contraddetti e contraddittori. Una fatherland crudele che trasmette il proprio codice genetico alla più mite e candida delle sue creature, obbligandola a ricapitolare nella sua ontogenesi individuale la propria storica, e non certo innocente, filogenesi collettiva.
È una suggestione originale e abbagliante, una tra le molte che accendono uno studio decisamente atipico nel paesaggio brullo della musicografia nazionale. Si tratta, anche se si stenta a crederlo, della prima monografia italiana dedicata a Britten, vale a dire, né più, né meno, il maggior compositore inglese del Novecento. L’ha composta (scritta sarebbe riduttivo), in anni di passione e di ricerca, Alessandro Macchia, uno dei musicologi italiani più originali e inventivi del tempo presente, già autore nel 2006 di uno studio senza precedenti (né conseguenti) sugli epicedi musicali del Novecento e non a caso estraneo all’universo chiuso della accademia universitaria (forse occorrerebbe chiedersi perché…). E c’è da temere che se non fosse stato per il primo secolo di vita compiuto dal festeggiato, questo libro, Benjamin Britten (L’Epos, pp. 468, euro 48,30) sarebbe rimasto ancora per chissà quanto tempo nel cassetto dei desideri.
Ciò che distingue questa monografia dalle altre che affollano, ad esempio, il prezioso catalogo dell’editore palermitano sono innanzitutto il metodo d’indagine e la tecnica di esposizione. Macchia non si limita certo a intrecciare i nastri paralleli della vita e delle opere, né a compilare un diligente schedario analitico dedicando il «giusto» spazio a ogni singolo titolo. Il procedimento argomentativo è basato, piuttosto, sulla attrazione quasi spontanea che materiali spesso eterocliti, tratti dalla storia della letteratura, dalla storia economica, dalla filosofia, dalla storia delle idee, generano tra loro. Un esempio rivelatore è dato proprio dal capitolo introduttivo che si apre, per l’appunto, nel segno dell’oro e si chiude in quello del piombo. Per fotografare con precisione l’epoca ponte che va dalla traumatica scomparsa della regina Vittoria (1901) alla discesa in guerra a fianco della Francia e della Russia, Macchia ricorre alla allegoria rappresentata dal più amato sport nazionale inglese: il cricket.
«Nel Regno Unito – questo l’incipit sorprendente del libro – il ventennio che precorre la Grande Guerra è detto “The Golden Age of Cricket”». Il candido (e per i continentali incomprensibile) sport britannico viene assunto come la metafora più limpida e trasparente delle contraddizioni in cui si dibatte la big nation: da un lato la bellezza incontaminata e innocente (parola chiave, come vedremo, nel lessico britteniano) dei campi da gioco, il leggendario fair play dei competitors preservati da ogni volgare contatto fisico, i tea break che interrompono gli smisurati inning senza tempo, dall’altro la natura spietatamente classista della competizione, la sua inevitabile identificazione con la ferocia delle conquiste coloniali, la falsità, insomma, celata dietro l’idillio campestre. E al di sopra di ogni contraddizione l’ideologia cara alle classi dominanti di ogni latitudine, che identifica brutalmente lo spirito sportivo con lo spirito della guerra e che pretende di identificare nell’apparato muscolare del buon atleta la macchina bellica del buon soldato.
È con questo mix esplosivo nella bisaccia che l’esercito inglese entra in guerra. Una guerra alla quale molti intellettuali, scrittori, filosofi, musicisti pagano il loro tributo: Butterworth, Kelly, Coles, Browne, Gurney, Farrar sono solo alcuni dei nomi di compositori oggi dimenticati che appaiono sulle lapidi dei caduti della Big War. E secondo Macchia è proprio la reazione contro la macelleria insensata della guerra a generare nei compositori sopravvissuti ai campi di battaglia, e nei loro «figli» nati nel nuovo secolo, non solo una mole impressionante di musica funebre e commemorativa, ma anche una profonda, sofferta, attitudine antimilitarista che non ha eguali in nessun’altra nazione europea. Fu proprio uno dei grandi disillusi del secolo, Frank Bridge, del resto, a piantare il seme del pacifismo nella mente del giovanissimo Benjamin, suo discepolo prediletto. Una disposizione d’animo, di pensiero e di carattere che avrebbe abitato per sempre nei gesti pubblici e privati dell’autore del War Requiem. Fino a diventare, ben oltre i suoi contenuti politici immediati, una forma costante di reazione contro le degenerazioni più spaventose che minano alla radice l’esistenza della human community: l’aggressione dell’uomo contro l’uomo, la violazione dell’innocenza, la brutalità nei confronti degli indifesi: i bambini, le donne, i diseredati.
Il motivo dell’idillio perduto, della innocenza minacciata, il passaggio insomma dall’età dell’oro a quella del piombo, è senz’altro uno dei nervi scoperti del pensiero di Britten. Colin Matthews ricorda di aver visto con i propri occhi la reazione del compositore di fronte a un articolo in cui si sosteneva che tutte le sue opere fossero attraversate dal tema della corruption of innocence: «Spazzatura, solo spazzatura» avrebbe urlato Britten facendo a pezzi il giornale. Una reazione così violenta – commenta lo stesso Matthews – che fa nascere un sospetto: e cioè che la parola innocenza avesse smosso qualche cosa nel suo pensiero che possedesse per lui un valore forte, profondo, forse insondabile… Sarebbe insensato, ovviamente, leggere le opere drammatiche di Britten attraverso questa lente parziale e deformante. E bisogna resistere alla tentazione di farlo anche di fronte alle numerose epifanie narrative che sembrano dare ragione ai sospetti di Matthews. Come interpretare, ad esempio, in The Rape of Lucretia, il sacrificio verso il quale cammina inesorabilmente l’innocente matrona romana violata e stuprata dal desiderio selvaggio di Tarquinius? E quel verso, magnifico, di Ronald Duncan cantato dal coro femminile: «Il tempo conduce gli uomini, ma cammina sui piedi stanchi delle donne»? Oppure la morte apparentemente inspiegabile del piccolo Miles, il protagonista di The Turn of the Screw, soggiogato dal potere maligno dei fantasmi? E l’altro verso chiave, «rubato» a Yeats, che sembra un «manifesto» sin troppo esplicito: «The ceremony of innocence is drawned»? O ancora i testi poetici di Wilfred Owen, poeta soldato, stroncato in battaglia a venticinque anni d’età, epitome della innocenza oltraggiata, che costituiscono il tronco poetico del War Requiem?
A molte di queste domande lo studio di Macchia fornisce una risposta complessa, acuta, mai prevedibile, mai pacificata. Il suo libro è sostanzialmente un invito a cercare senza sosta le relazioni profonde che intercorrono tra la corteccia esterna della scrittura musicale di Britten (analizzata con strumenti analitici affilatissimi) e il mallo, a volte duro, a volte tenero, che la noce racchiude.
E molto spesso l’operazione stratigrafica, condotta con l’ausilio di una prosa di sontuosa precisione lessicale, rivela sorprese abbaglianti: si scopre ad esempio che la ratio di Lucretia non è costituita dal tema della «innocenza redentrice», bensì dal nodo etico che avviluppa la dimensione della libertà con quella della virtù e che sfocia nella sgomenta ammissione di un nichilismo privo di alcuna forma di redenzione. Oppure che il misterioso verso del Giro di vite prende luce soltanto se lo si connette al dualismo ontologico di Yeats, che concepisce l’esistenza come una continua interazione, e negazione, tra gli opposti. E in cui la posta in gioco non è affatto, o non solo, la dimensione dell’innocenza, bensì, tout court, il passaggio tormentato e doloroso dall’età infantile a quella adulta. Insomma in queste pagine rivelatrici l’oro dell’intelligenza critica trionfa a ogni riga sul piombo fuso delle apparenze e dei luoghi comuni.


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L'Indice dei libri (giugno 2013)
Svincolato dalle strettoie delle avanguardie
di Carlo Migliaccio

Nell’anno delle celebrazioni verdiane e wagneriane, potrebbe rischiare di rimanere in ombra l’anniversario di quello che può essere considerato il più grande compositore inglese del Novecento: Benjamin Britten, nato il 22 novembre 1913 e morto nel 1976. Il destino di essere venuto alla luce in un anno ingombro di ricorrenze e in un secolo refrattario al suo stile, ingiustamente ritenuto conservatore, si associa a quello di appartenere a una nazione priva di solide tradizioni musicali, se messe a confronto con quelle di Italia, Francia e Germania. Eppure del compositore di Lowestoft gli inglesi sono molto orgogliosi, per essersi potuti finalmente effigiare di un operista nazionale di calibro non inferiore a quello di Purcell; inoltre il suo valore va anche al di là dei confini inglesi, essendo a tutt’oggi considerato un modello per quelle generazioni di musicisti che negli ultimi decenni si son voluti svincolare dalle strettoie delle avanguardie, approdando a esiti tuttora in progress, come il minimalismo, la nuova semplicità, il neoromanticismo.
Per porre Britten nel giusto posto che merita nella storia della musica e per fare luce sulla sua ricchissima e complessa produzione, era quindi necessaria un’opera monografica completa e approfondita, acuta e minuziosa, come quella appena uscita per L’Epos di Palermo, autore il giovane musicologo leccese Alessandro Macchia: si tratta di un lavoro doppiamente meritorio, sia per essere la prima biografia italiana sul musicista inglese sia per l’originalità dell’interpretazione rispetto alla precedente letteratura critica di matrice anglosassone. Con una scrittura letterariamente pregevole e uno stile accattivante, Macchia ci fa entrare nei meandri più riposti della musica britteniana, ne scorge le intrinseche motivazioni, i riferimenti interni ed esterni, impliciti o espliciti, costruendo un quadro intrecciato con le vicende biografiche e con la situazione storica, con i valori ideali e le tematiche propriamente tecnico-musicali.
Britten si presta a questa lettura, perché è stato un musicista dall’enorme e variegata cultura, letteraria, filosofica, religiosa oltre che ovviamente musicale, recependo una tradizione che va da Purcell a Verdi, da Mahler a Berg, fino alle sollecitazioni coeve di Stravinskij e Šostakovič, nonché della musica popolare e di quella da film, del teatro giapponese e del gamelan giavanese. In più il compositore, vissuto in un periodo che va dalla Grande Guerra al Vietnam, è stato sempre attento e sensibile alle più urgenti istanze storiche e politiche e ha sempre associato la ricerca musicale a un costante impegno nella sinistra pacifista, alla promozione dell’educazione musicale, alla difesa dei diritti civili, degli omosessuali, delle classi più deboli, degli animali, rivendicando con rigore la propria autonomia intellettuale anche quando è assurto al rango di compositore prediletto dalle istituzioni inglesi e dalla regina.
Attraverso la personalità di Britten, Macchia riesce a far emergere lo spirito di quell’epoca tragica e contraddittoria, nonché renderci in modo vivido l’immaginario britteniano in tutte le sue sfaccettature e le sue apparenti ambiguità, anche sciogliendo i ricorrenti interrogativi che esso può suscitare, ivi compreso l’erotismo omosessuale e il chiacchierato rapporto con i bambini che spesso reclutava nelle sue opere e nelle rappresentazioni scolastiche: a questo proposito, l’autore ci fa capire che non si trattò di alcunché di morboso ma era solo testimonianza di un’empatia pedagogica e di quello spirito ludico che è, fra le mille altre, una specifica caratteristica della sua musica. E d’altro lato, dal punto di vista estetico e ideologico, Macchia ci dimostra quanto l’onnipresente religiosità fosse lontana da ogni dogmatismo e filisteismo, rivelandosi l’espressione umile e sincera di un afflato morale e di un misticismo tollerante e filantropico.
Sul piano stilistico, il tipico eclettismo britteniano non era mai passivo e meramente scolastico, ma aperto, critico e indice di una spiccata curiosità nei riguardi di ogni esperienza capace di imprimere vitalità ed entusiasmo alla pratica musicale. La predominanza di un linguaggio neoclassico e tonale, si sa, è stata spesso oggetto di diffidenza, derisione e persino di un certo snobismo; negli anni Cinquanta comporre una triade maggiore in certi ambienti equivaleva a proferire una bestemmia, ed è per questo che Luigi Nono si rifiutò addirittura di stringere la mano a Britten dopo una conferenza! Ma nella musica britteniana il ricorso a tonalità e modalità, a regolarità ritmica e formalismo classico costituisce quasi un precetto irrinunciabile, che il compositore ha sempre perseguito con pervicace coerenza. In tal senso lo studio di Macchia ci convince che le scelte di Britten non avevano soltanto un valore puramente linguistico, ma erano sempre motivate sia da un preciso significato drammaturgico sia da un profondo senso spirituale, che lo portava a rivestire di sacralità e di moralità ogni minimo elemento del costrutto sonoro: è il caso della complessa parabola etica di Billy Budd, opera tratta da Melville e ispirata alle idee filosofiche di George Edward Moore, oppure della torbida vicenda narrata nel suo capolavoro Peter Grimes, dove Britten ha avuto la “possibilità di gettare una luce più intensa sulle questioni che gli stanno a cuore: sull’aporia fra legge degli uomini e Giustizia di Dio (…), fra violenza legalizzata e sanzionata, ma, in specie, sulla dialettica obbligo/perdono”. E anche le escursioni nel misticismo numerologico, ispirato dalla poetica di Yeats e messo in atto in The Turn of the Screw, dal racconto di Henry James, trovavano nella tonalità un imprescindibile ausilio non solo nel rappresentare i vari dualismi etici e metafisici, ma anche nel costruire un sistema di riferimenti simbolici ed esoterici, che egli interpretava non come semplici occultismi ma con uno spirito acuto e consapevole. Come dice Macchia, “esperienza religiosa, psicologica e artistica appaiono condensate in un’unità inscindibile, talché The Turn of the Screw si presenta come un giro di vite sulle stesse personali angosce di Britten. Le più fosche profondità della psiche sono riconosciute come le scaturigini dell’immaginario e dell’arte”.
Nel caso di Britten, allora, parlare di musica comporta sempre parlare di idee, di affetti, di emozioni, e per converso le sue idee trovano piena esplicitazione nella purezza della forma sonora. Il libro di Macchia si muove brillantemente su questo equilibrio, senza le forzature che una simile impostazione rischierebbe di implicare. Un ricco apparato bibliografico e discografico, così come il catalogo completo delle composizioni, fanno del volume uno strumento utilissimo per chi volesse rivalutare, approfondire o anche soltanto scoprire un musicista che, per quanto discusso e controverso, rappresenta una delle personalità chiave della nostra inquieta modernità.


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Giornale di Brescia (21 aprile 2013)
Il genio versatile di un avventuriero del suono
di Enrico Raggi

«Sette anni di lavoro. Il difficile bilanciamento di biografia e analisi delle opere. E come ulteriore risultato, un forte cambiamento personale nel modo di guardare alla vita e nel modo di comportarmi nella ricerca. Tutto ciò, perché ogni biografia che voglia dirsi tale incide sulla personalità e sulla Weltanschauung del biografo: scrivere una biografia è un modo di rapportarsi a un altro uomo, una maniera di dialogare con lui e la sua opera».
Il giovane studioso Alessandro Macchia, leccese, ha appena pubblicato un volume su «Benjamin Britten» (L'Epos, Palermo, 464 pp., 48,30), godibilissimo e denso, letterariamente forbito e completo di catalogo delle composizioni, bibliografia, discografia: la prima monografia italiana dedicata al più grande musicista inglese di tutti i tempi, di cui ricorre quest'anno il centenario della nascita.

Come è avvenuta la folgorazione britteniana?
Parlerei piuttosto di un caso. In occasione della presentazione del mio precedente libro, «Tombeaux. Epicedi per le Grandi Guerre», Gioacchino Lanza Tomasi mi chiese se avrei avuto il coraggio di scriverne uno su Britten, visto che nessuno in Italia si decideva a farlo. Siccome da anni conducevo ricerche sulla musica inglese del XIX e XX secolo, non mi sono sottratto all'invito. Avrei voluto completarlo prima. Poi il caso e gli incidenti di percorso hanno fatto sì che la pubblicazione avvenisse in coincidenza dell'anniversario. Un buon auspicio?

Qualche scoperta?
Credo di aver risolto vari enigmi, specie il mistero di quell'unico verso di Yeats in «The Turn of the Screw»: traccia della dimensione esoterica della musica britteniana.

«Oggi c'è nebbia sulla Manica: il Continente è isolato»: l'Inghilterra è un corpo estraneo alla cultura europea o c'è dell'altro?
Bisogna fare delle distinzioni. Nel secolo scorso l'Europa guardava con grande interesse a quanto il Regno Unito produceva in campo letterario, teatrale e cinematografico. Invece, verso la musica il disinteresse è stato totale. L'adagio che fosse una terra dimenticata da Orfeo ha spuntato qualsiasi stimolo all'ascolto e alla ricerca. Tuttavia, e paradossalmente, la produzione britteniana si innesta con forte presa sul sentiero tracciato da poeti come Eliot, Yeats e Auden. Non è casuale che lo stesso Eliot tenesse Britten in altissima considerazione. Il fatto che il continente continui a ignorare persino un compositore dagli elevatissimi standard come Frank Bridge, è una pecca difficilmente perdonabile. E anche piuttosto incomprensibile.

Qual è la cifra inconfondibile di Britten?
È il più versatile inventore di melodie del Novecento. E con ciò non voglio dire che egli sia un compositore tonale. L'originalità delle sue melodie nasce da un personalissimo ripensamento del linguaggio modale. Britten è uno straordinario avventuriero del suono, ma segue una strada alternativa a quella delle avanguardie europee. Nel mio libro ho sottolineato l'influenza esercitata su di lui dalla musica sperimentale di Percy Grainger.

Britten e l'omosessualità?
Peter Pears (omosessuale egli stesso) asseriva con veemenza che l'omosessualità non ha nulla a che vedere con la musica. Naturalmente per il biografo la questione è importante: purché non si travalichi nella ricerca a tutti i costi del morboso.

C'è un erede di Britten?
Peter Maxwell-Davies, fosse anche solo per la valorizzazione della sfera etico-educativa della musica.

Due pezzi di Britten da portare sull'isola deserta?
Se mi ci mandassero forzatamente, quand'anche in esilio, porterei con me la «Alpine Suite»: non penso che avrei molta voglia di ascoltare, ad esempio, gli «Interludi marini» di Peter Grimes. Invece, se ci andassi per una mia personale ascesi, porterei con me «My Beloved is Mine», il primo dei «Canticles», per sentirmi riconciliato con il creato.

Verrà il tempo di Britten, profetava Rostropovich. Sbagliava o aveva ragione?
Siamo sulla buona strada. Ma attenzione: la predizione di Rostropovich potrà dirsi realizzata soltanto quando saranno stati riconosciuti nella loro pienezza l'afflato religioso e la poliedricità di quella musica. Non è più sufficiente circoscriverla alla dialettica di corruzione e innocenza.


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Rai Radio3: Qui comincia (4 giugno 2013)
Paolo Terni

"...Vorrei segnalarvi un lavoro bellissimo... è raro che nell'ambito musicologico italiano si veda pubblicato un testo così compiuto, così importante, anche così divertente... Parlo della monografia immensa di Alessandro Macchia su Benjamin Britten per le edizioni L'Epos... Sono parecchie pagine, dove la figura di Britten è trattata compiutamente all'interno della civiltà che ha rappresentato e nella quale si è mosso... Basti citare l'epigrafe, da The Second Coming, uno dei testi più belli di William Butler Yeats, al cui interno c'è quel verso meraviglioso: «The ceremony of innocence is drowned / Surely some revelation is at end». Le prime righe del libro sono un'evocazione meravigliosa: «Nel Regno Unito il ventennio che precorre la Grande Guerra è detto "The Golden Age of Cricket". Più che di anni gloriosi la memoria è blandita dal miraggio di una stagione immacolata, di un paesaggio preindustriale...»"

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?u=http%3A%2F%2Fwww.rai.it%2Fdl%2Faudio%2F1370437825705Puntata_del_04_06_20132013_06_04.ram&p=Qui%20comincia...&d=Puntata%20del%2004%2F06%2F2013Ricerca%20e%20caso%20(in%20foto...%20Benjamin%20Britten)&t=Puntata%20del%2004%2F06%2F2013


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Radio3Suite: Lezioni di musica (20 marzo 2013)
Francesco Antonioni

"...scorrendo le pagine di Alessandro Macchia si nota una prospettiva del tutto italiana nel trattare la vita e l'opera di Benjamin Britten: il libro è scritto con una prosa che è degna figlia della letteratura italiana, non diciamo della letteratura saggistica, ma proprio deiromanzi, secondo la capacità che ha avuto la letteratura di raccontare storie..."

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